Ibrahim Dibba avrebbe ucciso un cavallo per conto dei Di Silvio e poi chiesto di essere pagato per quel “lavoretto”. Sarebbe questo, secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, il motivo della lite culminata nel suo omicidio in viale XXIV Maggio.
A riferire l’episodio è stata la fidanzata del giovane, il cui racconto è stato confermato anche da un conoscente algerino, testimone diretto dell’agguato.
La ragazza ha raccontato che, circa due settimane prima, un sedicenne della famiglia Di Silvio aveva proposto a lei e a Dibba di andare nelle discoteche per rubare collanine. Entrambi, però, avrebbero rifiutato. Dibba, ha spiegato, accettava altri incarichi in cambio di droga, ma spesso i committenti non gli consegnavano quanto promesso, nonostante avesse portato a termine i lavori.
In seguito alla proposta di compiere i furti, Dibba avrebbe invece accettato di dare fuoco a un cavallo vivo, nella zona di Campo Boario. Secondo la fidanzata, fu proprio il sedicenne a chiederglielo per danneggiare una famiglia ritenuta nemica. Dibba accettò e lasciò la ragazza sul posto come garanzia, facendo capire che sarebbe tornato una volta concluso l’incarico. Al termine del “lavoretto” avrebbe ricevuto crack.
Il testimone ha riferito di essersi avvicinato all’auto mentre Dibba stava parlando con le persone a bordo e chiedeva anche lui dieci euro di crack. Nell’abitacolo c’erano due adulti sui sedili anteriori e due bambini dietro. Il conducente, descritto come una persona di carnagione scura, con un codino e una barba accennata, era affiancato da un giovane più robusto.
Proprio quest’ultimo avrebbe reagito alla richiesta di Dibba con un insulto, sostenendo che non aveva denaro. Dopo la risposta di Dibba, il testimone avrebbe compreso che tra i due era iniziata una discussione.
Successivamente i due si sarebbero incamminati verso le Poste. Il conoscente spingeva la bicicletta a mano, ma dopo aver superato il distributore di benzina si fermò per rispondere a una telefonata della fidanzata. Dibba proseguì da solo, mentre il testimone lo osservava a distanza.
Poco più avanti, ferma sul bordo della strada, il testimone riconobbe la piccola auto nera vista in precedenza. Dal lato del passeggero scese il giovane corpulento, che si diresse verso Dibba. Il testimone sentì due o tre colpi di pistola, inizialmente pensando che fossero stati esplosi in aria. Poi vide Dibba cadere e l’aggressore tornare verso l’auto, che ripartì rapidamente senza invertire la marcia.
Secondo il racconto, la vettura proseguì fino al primo incrocio e svoltò a destra all’altezza dell’Università. Il testimone ha dichiarato di non avere dubbi sull’identità dello sparatore, indicandolo nel giovane robusto con la maglia nera e riferendo che avrebbe aperto il fuoco da una distanza di quattro o cinque metri.
Infine, l’uomo ha detto di temere per la propria vita, convinto che l’autore dell’omicidio lo abbia visto. Per il terrore, dopo i fatti non si sarebbe rivolto subito alla polizia, descrivendo di essere rimasto completamente paralizzato dalla paura.