Il colloquio

Claudia Conte racconta “Dove nascono i silenzi”

Nel suo quinto libro Claudia Conte racconta le ferite invisibili, la violenza psicologica e il coraggio di tornare a far sentire la propria voce.

Claudia Conte racconta “Dove nascono i silenzi”

“Dove nascono i silenzi” è il quinto libro di Claudia Conte, giornalista, scrittrice, conduttrice e opinionista televisiva da anni impegnata sui temi della legalità, della tutela delle persone più fragili e della violenza contro le donne.

Il romanzo accende i riflettori sulle ferite invisibili, quelle che non lasciano necessariamente segni sul corpo ma possono incidere profondamente nell’animo. Il silenzio attraversa tutta la storia e diventa il simbolo di paura, fragilità e solitudine, ma anche del coraggio necessario per tornare a esprimersi e ritrovare la propria voce.

Il libro nasce anche dall’esperienza maturata dall’autrice nelle scuole, durante gli incontri con i giovani e al fianco delle donne vittime di violenza. Negli anni, questo percorso le ha consentito di raccogliere storie, emozioni e testimonianze, trasformandole in una narrazione che invita all’ascolto e a non rimanere indifferenti.

Abbiamo incontrato Claudia Conte per parlare del suo nuovo lavoro, delle forme di violenza meno visibili, del rapporto con le nuove generazioni e della necessità di spezzare quei silenzi che troppo spesso celano dolore e isolamento.

Claudia, cosa ti ha spinto a raccontare questi temi attraverso un romanzo?

La narrativa riesce talvolta ad arrivare dove dati e cronaca non riescono. Nel corso degli anni molte persone mi hanno affidato le loro sofferenze e ho avvertito la responsabilità di trasformare quelle esperienze in una storia capace di parlare a tutti. Il romanzo nasce dal desiderio di illuminare ciò che resta nascosto, ricordando che dietro ogni silenzio c’è qualcuno in attesa di essere ascoltato.

Nel libro descrivi una violenza che non sempre lascia lividi, ma produce ferite profonde.

Le ferite emotive sono spesso le più difficili da riconoscere. Manipolazione, controllo e svalutazione costante possono erodere lentamente la fiducia in se stessi. È una forma di violenza che agisce nell’ombra e proprio per questo deve essere raccontata: riconoscerne i segnali è il primo passo per prevenirla e contrastarla.

Quanto della tua esperienza personale e professionale è confluito nelle pagine?

Molto, anche se non si tratta di un’autobiografia. Ogni capitolo raccoglie emozioni maturate nel lavoro nelle scuole, nelle associazioni e accanto alle donne che hanno trovato la forza di chiedere aiuto. Ho cercato di restituire autenticità alle loro paure, insieme alla straordinaria capacità di rialzarsi.

Che cosa ti raccontano i giovani quando affronti con loro il tema della fragilità?

Parlano soprattutto del bisogno di essere compresi e non giudicati. Vivono in un’epoca molto rapida, nella quale il confronto continuo con gli altri alimenta ansia e insicurezza. Molti ragazzi si sentono soli nonostante siano sempre connessi. Per questo gli adulti devono creare spazi di ascolto autentico, dove possano esprimersi senza timore.

Dopo anni accanto alle donne vittime di violenza, cosa ritieni manchi ancora in Italia?

Sul fronte della sensibilizzazione sono stati compiuti passi avanti, ma occorre un cambiamento culturale più profondo. Bisogna educare al rispetto fin dall’infanzia, favorire relazioni sane e contrastare ogni atteggiamento di indifferenza. La prevenzione rimane lo strumento più efficace per combattere la violenza.

Nel romanzo trovano spazio anche bullismo e cyberbullismo. Perché unirli agli altri temi?

Perché alla base c’è un dolore comune: quello di chi viene umiliato, escluso o privato della propria dignità. I contesti possono cambiare, ma il meccanismo resta simile. Affrontare insieme questi fenomeni significa ricordare che ogni violenza nasce dalla mancanza di rispetto verso l’altro.

Che cosa rappresentano per te i “silenzi” richiamati dal titolo?

Sono tutti quei momenti in cui scegliamo, oppure siamo costretti, a tacere. Possono derivare dalla paura, dalla vergogna o dalla sensazione che nessuno ci crederebbe. Esistono però anche i silenzi di chi assiste e decide di voltarsi dall’altra parte. Il libro invita a spezzare entrambe le forme di silenzio.

Quale messaggio di speranza vorresti lasciare ai lettori?

Nessuno coincide con le proprie ferite. Anche dopo esperienze molto dolorose è possibile recuperare la propria voce e ricostruire la propria esistenza. La rinascita può iniziare quando si incontra qualcuno capace di ascoltare senza giudicare.

Che cosa vorresti provasse il lettore arrivando all’ultima pagina?

Vorrei che si sentisse coinvolto e non fosse soltanto uno spettatore. Mi piacerebbe che il libro lo spingesse a interrogarsi sul proprio ruolo: a volte basta ascoltare, riconoscere un disagio o scegliere di non restare indifferenti per incidere sulla vita di un’altra persona.

Quale obiettivo vuoi continuare a perseguire attraverso il tuo lavoro?

Desidero continuare a usare la cultura come strumento di impegno civile. Libri, incontri e dialogo possono contribuire a costruire una società più consapevole. Se le mie parole riusciranno a incoraggiare anche una sola persona a chiedere aiuto o a trovare la forza di ricominciare, avranno raggiunto il loro scopo.